Fa sempre una certa impressione trovarsi nel bel mezzo del cinema mondiale; soprattutto in qualità di “ospiti invitati”.
La cosa si fa ancora più interessante quando questo mondo, così particolare, mette in campo per l'occasione il “fior fiore” dei suoi progetti per aggiudicarsi il famoso “Leone d'Oro”.
Come ho scritto una volta, non ero mai stato alla Biennale di Venezia, ed arrivarci attraverso due film – di cui uno in concorso – mi ha davvero entusiasmato.
I giorni precedenti ero impegnato a preparare un cane per uno spot che dovrò girare nei prossimi periodi e non sono riuscito a comprare nulla da mettermi addosso.
A dire il vero, non me ne fregava un cazzo di andare per negozi (visto che non me ne è mai fregato un cazzo) ed ho preferito – come al solito – fare la valigia all'ultimo momento, dimenticandomi pure qualcosa.
La sera prima della partenza ero andato a cena con una coppia di amici, i quali se ne sono usciti con un sonoro:-”Ti toccherà farti la barba e vestirti ammodino...maremma cane”, e avevano ragione; almeno per la barba.
La “Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica” appare come un surrogato di tutto ciò che si può trovare nel mondo dello spettacolo.
Ci sono quelli che non c'entrano niente con il cinema, però vestiti in modo alternativo, con il pass al collo anche quando fanno pipì, sempre di fretta e con lo sguardo perennemente in cerca di qualcuno. Poi c'è quello con il taglio di capelli fighissimo, gli occhiali da sole, che parla con un mucchio di gente e con il cellulare incollato sempre all'orecchio – anche di lui nessuno sa nulla, ma se non ci fosse se ne sentirebbe la mancanza - e infine ci sono le donne: tutte bellissime come se fossero uscite dalle pagine di “Vogue”.
In sostanza: una marea di imbucati che cercano agganci, contatti utili, amicizie semplici o particolari, cacciatori d'autografi ed il “Popolo del cinema” - quello che lo fa sul serio con impegno, professionalità e passione.
L'albergo che mi ospitava era bellissimo, ma pochi minuti dopo il mio arrivo incrocio sulle scale un famoso musicista con la sua band – anch'egli in pernottamento nella struttura ricettiva – il quale resta un po' contrariato del fatto che non me lo filassi.
"Ma noi ci conosciamo!" - esordisce dopo avermi lungamente osservato - "E' probabile, ma se si toglie gli occhiali da sole forse riesco a ricordare anche io" - rispondo con il mio solito accento toscano che trasudava ironia da ogni sillaba.
In realtà si trattava del solito raccomandato di ferro a cui non ho fatto mancare il mio dissenso per la “benedizione” che ricevette a suo tempo da “Papa Costanzo 1°”; la stessa che ancora oggi – al di là delle indiscusse qualità artistiche – gli permette di essere oggi a Venezia.
Ho atteso la cena di gala guardando due arzille vecchiette che giocavano a tennis nei campi dell'albergo, ma appena arrivato al ristorante ecco finalmente schiudersi l'occasione per cui ero stato invitato.
Arrivano gli attori, le attrici, la costumista, la scenografa, i produttori ed infine il regista.
Abbracci forti, stretti, sinceri: finalmente la sensazione di far parte di qualcosa di grande e di speciale; al limite della “famiglia”.
"Senza di voi non saremmo arrivati fin qui!" - grida il regista del film “Giochi d'estate” con voce commossa.
Il film, in realtà, era stato proiettato qualche mese fa in una piccola sala privata e riservata alla troupe (una “prima per pochi intimi"), ma seppur invitato non potetti andarci a causa di un set su cui stavo lavorando.
Il fatto di essere quindi uno dei pochi “interpreti” a non averlo ancora visto, mi spinse a chiedere qualche informazione sul film venendo a sapere direttamente dagli attori che le scene interpretate da Schnaps erano sconvolgenti al punto tale che gli spettatori erano sobbalzati dalla poltrona gridando e piangendo.
La crudezza della sequenza in cui il cane veniva ucciso a sassate, simulando una lenta agonia prima di esalare l'ultimo respiro era così reale da far alzare il telefono al più grande distributore cinematografico internazionale per chiedere al regista un “montaggio più appropriato che facesse scendere il livello di crudeltà espresso”; pena: il blocco del film in vari Paesi.
In sostanza, il realismo della scena – seppur comprovato da foto e video del backstage a testimonianza del fatto che il cane, in realtà, era stato iper addestrato per queste particolari sequenze – era tale da impressionare anche il più scafato professionista degli effetti speciali; figuriamoci il pubblico medio delle sale di tutto il mondo.
Alla cena pre “red carpet” vengono quindi fuori verità inaspettate e inattese sulle scelte di post produzione, le quali mi portano ad un rapidissimo flashback che riguardava l'anno scorso.
Tanto per buttare un sasso nello stagno, Angelo Vaira scrisse sulla mia bacheca facebook:-”W l'Italia ”; specificando a più riprese il fatto che un addestratore di cui non sapevo nemmeno l'esistenza (non un collega, quindi) avesse vinto un premio a Cannes per un piano sequenza interpretato dal suo cane (NB: la scena in questione non aveva nulla di strano, né rappresentava violenza alcuna).
Lì per lì non diedi molto peso alla cosa, ma avevo sottovalutato il fatto che Vaira fosse un uomo di marketing oltre che un cinofilosofo conclamato in cerca di un “popolo di adepti” per cui fare il guru: brutta combinazione.
Questo flashback mi portò a chiedere al regista il motivo per cui mi avesse scelto come animal trainer per il suo film, viste soprattutto le tante proposte presenti in Europa.
La risposta che mi ha dato è così preziosa sotto il profilo della soddisfazione professionale che preferisco custodirla gelosamente nel ricordo e nel mio cuore; non me ne vogliate se mi esimo dal condividerla pubblicamente.
Di fatto, quella semplice risposta è stata capace di annullare il "fantasma" balenato all'improvviso, portandomi ad ascrivere oggi il cinofilosofo nel lungo elenco dei “Gladiatori Cazzari” che, come meteore, hanno attraversato la mia vita in cerca di un po' di pubblicità a scrocco.
Finita la cena me ne torno con le mie considerazioni in albergo a lottare contro le zanzare per tutta la notte attendendo l'appuntamento del giorno successivo c/o la “blu room” dell'Hotel Excelsior per l'incontro con i fotografi.
E' lì, a pochi metri dal “Red Carpet”, che si comincia a respirare l'aria del vero cinema nel turbinio delle emozioni che seguono un arco vastissimo e difficilmente descrivibile.
Tante foto, tante interviste, tanto di tutto.
D'un tratto la voce di una deliziosa signorina che avverte:-”La delegazione film che attraverserà il red carpet è gentilmente pregata di seguirmi”. E' lì che mi è salita la pressione.
Fermo come un soldatino sull'attenti cerco di stemprare la tensione cazzeggiando con gli attori accanto a me, i quali non stavano certo messi meglio e facevano altrettanto con il sottoscritto.
Si parte.
Entro passando da un piccolo arco rosso con i fotografi ed il pubblico sulla destra del tappeto e viene del tutto spontaneo ringraziare e salutare con il cuore in mano, fermandosi ogni metro a ricevere l'affetto dei presenti.
Il “Red Carpet” è lunghissimo e ad ogni metro avevo stampato negli occhi l'immagine di Schnaps e di tutti gli altri animali che avevo condotto e preparato per questo set.
Arrivato in fondo, l'ingresso alla “Sala Grande” (1.032 posti) dove sarebbe stato proiettato il film.
Mi giro un'ultima volta prima di entrare e vedo dietro di noi “Madonna” e la sua delegazione che si appresta a varcare anch'essa il tappeto rosso.
La “Sala Grande” è davvero “grande”, ed è strapiena.
Il pubblico ci accoglie con un cortese applauso di circostanza, riservandosi di giudicare – e quindi applaudire o fischiare – a fine visione.
Una voce fuori campo annuncia la delegazione del film scandendo i nomi uno per uno senza augurare “buona visione”.
Le luci si spengono.
Da quel momento in poi sapremo se il nostro lavoro sarà stato buono, ottimo, eccellente, discreto, nella norma, sufficiente o pessimo.
Il film parte proprio con gli animali e si snocciola con un crescendo di emozioni fortissimo.
L'interpretazione degli attori è decisamente al di sopra della media e cerco di lasciare “l'effetto scarrafone” fuori dalla sala, considerando che tra i protagonisti ci sono dei bambini dai sei ai 12 anni che hanno lavorato con impegno sulla sceneggiatura per mesi prima di battere il ciack.
Mi viene in mente la frase classica che insegnano ai registi nelle scuole di cinema: secondo la tradizione il film vincente dovrebbe essere “without kids and without animals”.
Beh, questo film sconfessa in pieno il detto: dovranno rivederlo o scriverne un altro.
Arrivano le prime scene di Schnaps, in un crescendo che serve a tendere la corda emotiva dello spettatore.
I suo ruolo è quello del cane sporco, aggressivo e maltenuto di un contadino maremmano che tiene a bada la fattoria.
Diversi incontri con i bambini; incontri di avviso e di minaccia. Di rincorsa e di aggressione arrivando a quella finale dove, per difendersi dai morsi del cane, un bambino gli tira un sasso incitando gli amici a fare altrettanto.
Una sorta di lapidazione feroce a cui segue la morte dell'animale.
Il silenzio in sala viene interrotto dagli spaventi e dai vari:-”Nooooooooo” del pubblico che era stato bucato nell'animo.
Seppur montata affinché apparisse meno cruenta, la sequenza colpisce nel segno e arriva a destinazione.
Il film è avvincente, bellissimo e, soprattutto, vero.
Partono i titoli di coda e scatta un applauso che dura tanti, tantissimi minuti.
Tutto il pubblico si alza in piedi e si gira verso la delegazione applaudendo e incitando come poche volte avevo visto fare.
Ci alziamo commossi e felici in segno di gratitudine. Io non riesco a trattenere le lacrime.
Il pubblico continua ad applaudire e a gridare:-”Bravi! Bravi! Bravi!”; e continua a farlo mentre ci avviamo all'uscita per andare in conferenza stampa.
Sala stampa strapiena, tante domande e tante risposte.
Finito il tutto, ci avviamo verso l'uscita.
I miei occhi incrociano quelli di Madonna.
Lei mi sorride, io gli sorrido.
Una segretaria della rock star la prende per il braccio e la porta in sala stampa, mentre io seguo il mio gruppetto per andare alla “Villa degli autori” per un ennesimo incontro.
Lì si parla del più e del meno, ci intervistano alcune televisioni svizzere e nascono accordi per i prossimi film.
La Biennale rappresentava – e rappresenta – per me un obbiettivo importante, oltre che un obbiettivo raggiunto.
Dopo quello che era successo in aprile, ma soprattutto la cattiveria e lo stalking che ne seguì, decisi di lasciare il cinema per dare spazio a quegli “altri” che probabilmente non ne possono più di vedermi sfrecciare sempre in avanti con la solarità che mi è propria.
Venezia, secondo i miei intenti, avrebbe dovuto segnare la fine di un'epopea personale, seppure lunga e piena di soddisfazioni da guardare domani con immenso affetto e senso di gratitudine, ma le parole del regista, della delegazione presente e tutto ciò che la Biennale mi ha lasciato in questo giorno portano a rimettere in discussione la decisione presa.
La mia età non mi permette ancora di andare in pensione, e pur essendo organizzato con le alternative che la natura può offrire ad un uomo come me, non è forse ancora arrivato il momento per scrivere le parola “The End”.
Ho ancora troppo da dire attraverso il cinema.
Questo film mi ha insegnato molto durante la sua lavorazione, e l'esperienza acquisita è già servita più di una volta nei set successivi.
L'8 sarò alla proiezione del film di Gipi, visto che Schnaps è protagonista anche in quel film insieme a “Nuvola” e a “Bumblebee” e ricomincierà l'avventura.
Non vedevo l'ora – però - di tornare dai miei animali e riprendere la mia quotidianità con loro.
Quando sono in giro per il mondo mi mancano le loro coccole, i loro saluti, il loro contatto, il loro odore e le nostre piccole cose.
A loro – e solo a loro – dedico questa meravigliosa esperienza, perché senza di loro – come ho già espresso più volte – "sarei solo un inutile essere umano che caga su questa terra."
Claudio
PS: i miei più "cordiali vaffanculo" ai cinofilosofi, a Giulio Golia e ai raccomandati di ferro dello showbusiness (l'elenco è lungo, perdonerete la sintesi).